Giuseppe Leti

Stampa

Nacque a Fermo (Ascoli Piceno) il 17 agosto 1867 da Francesco e da Zenaide Palmieri. Di famiglia modesta (il padre era maestro delle scuole elementari), dopo avere ultimato con molti sacrifici gli studi liceali nella città natale, si trasferì a Roma dove, mantenendosi da solo con le ripetizioni e altri piccoli lavori, riuscì a studiare giurisprudenza e, nel 1890, a laurearsi. Intrapresa la professione forense, non tardò a far valere le sue doti di civilista e di patrocinante in Cassazione "raggiungendo anche una cospicua situazione economica" (F. Leti, p. 11), il che gli permise di unirsi in matrimonio nel 1897, con Blandina Fava. "Di carattere vivace, intelligente e colto", lo descriveva un rapporto della prefettura di Ascoli Piceno, stilato nel 1898, in cui era qualificato "vice-pretore onorario al 3° mandamento di Roma".

Quel rapporto non nasceva per caso. Infatti, per quanto intensa, l'attività professionale non impedì al L. di coltivare parallelamente le due passioni che, spesso intrecciandosi, lo avrebbero accompagnato per tutta la vita: da un lato la politica, abbracciata militando prima nel partito repubblicano, poi in quello socialista (donde le sue collaborazioni giornalistiche ad alcuni fogli socialisti fermani, Il Martello prima e poi L'Avvenire, e anche una querela per diffamazione e la relativa condanna a dieci mesi, inflittagli dal tribunale di Fermo il 18 novembre 1898); dall'altro la ricerca storica, iniziata nel 1888 con un breve saggio su Il duello nella sua evoluzione storica, nella filosofia, nella giurisprudenza (Roma), proseguita strappando qualche ora al sonno e condotta sempre con una convinta adesione allo spirito risorgimentale laico. Nacque da tale spirito anche la sua affiliazione alla massoneria (è del 1900 un intervento In memoria di Alfonso Leopardi. Discorso detto la sera del 23 ottobre 1900 nel tempio della loggia Rienzi [Roma 1901], seguito da una conferenza dal titolo, Attraverso il sec. XVI, tenuta il 10 maggio 1902 nel salone di palazzo Giustiniani, sede del Grande Oriente romano). L'elevazione al 3° grado massonico (maestro), avvenuta il 27 febbraio 1904, segnalava la progressione del L. in una loggia, la Rienzi, la più legata alla tradizione mazziniano-garibaldina.

Negli anni successivi gli studi storici del L., inizialmente contenuti nelle dimensioni di brevi articoli ospitati da pubblicazioni periodiche (la Rivista d'Italia, l'Archivio marchigiano del Risorgimento, la Rivista marchigiana di Roma), si concentrarono in particolare sulle vicende dell'ex Stato pontificio, mettendo a fuoco - spesso con l'ausilio di documenti reperiti sul mercato antiquario - personaggi ed episodi della lunga lotta condotta contro la politica papale, soprattutto nelle Marche, dalle organizzazioni settarie e patriottiche (Roma o morte, Roma 1895; Roma nel 1867, ibid. s.d.). In seguito, restando immutato il profilo interpretativo imperniato sulla contrapposizione tra il conservatorismo della Chiesa e l'ansia di rinnovamento delle correnti mazziniane, vennero lavori di maggiore impegno: Fermo e il cardinale Filippo De Angelis (ibid. 1902), sorta di requisitoria contro un tipico esponente del clero reazionario, basata, oltre che sulla documentazione in possesso dello stesso L. e in gran parte di natura giudiziaria, sul materiale conservato nel Fondo Risorgimento della Biblioteca nazionale di Roma e sulle carte di un privato; quindi i due volumi di Roma e lo Stato Pontificio dal 1849 al 1870 (ibid. 1909; 2ª ed., Ascoli Piceno 1911); infine l'ampia monografia su La rivoluzione e la Repubblica Romana (1848-1849), pubblicata dall'editore milanese Vallardi nel 1913 e ricca anch'essa di documentazione inedita (vi spiccavano ed erano ripetutamente utilizzate le memorie autografe di P. Sterbini).

Nell'insieme si trattava di una produzione storiografica ben informata e ricca di dettagli, minuziosa e dunque utile come lavoro di scavo, ben documentata sul piano degli atti ufficiali soprattutto se di natura legislativa, ma dall'andamento visibilmente più narrativo che critico. Avendo a presumibile modello i fortunati lavori coevi di Raffaele De Cesare, poteva competere con essi nell'offerta al lettore di curiosità e di pettegolezzi, non nella qualità della scrittura e nella solidità dell'impianto, che nel L. risultava sempre piuttosto frammentario e non esente da confusioni e digressioni. Inoltre, malgrado lo sforzo di mettere a confronto le fonti e di ascoltare tutte le voci, la chiara preferenza per quelle di ispirazione liberal-democratica e l'assenza, nell'insistito ricorso all'aneddotica, di un vero filtro critico conferivano ai lavori del L. un taglio inevitabilmente tendenzioso e di parte.

A conclusione di questo primo periodo della sua vita di studioso, nel 1925 il L. pubblicò a Genova la sua ricerca forse più impegnativa: il volume su Carboneria e massoneria nel Risorgimento italiano. Saggio di critica storica (rist. anast., Bologna 1966; trad. francese: Charbonnerie et maçonnerie dans le Réveil national italien, Paris 1928), in cui era affermata con forza la contiguità e quasi il rapporto di filiazione che legava la carboneria alla massoneria, ma restava scarsamente provata la tesi di una presenza attiva della massoneria nelle fasi decisive dell'unificazione. Erano proprio la fedeltà massonica e il legame di collaborazione con il gran maestro Ettore Ferrari a compromettere la posizione del L. di fronte al fascismo, da lui avversato sin dagli inizi e contrastato con decisione dopo il delitto Matteotti (1924). Del resto il regime, proseguendo la prassi già riservatagli dallo Stato liberale, lo sorvegliava da tempo, insospettito dai numerosi viaggi in Francia e in Svizzera che il L., entrato ormai nel supremo consiglio dei 33, effettuava nello svolgimento di una professione che nel frattempo lo aveva portato a curare gli interessi di alcune ditte danneggiate dalla guerra nell'ex Impero austro-ungarico e che lo aveva posto al vertice di importanti gruppi industriali (nel 1925 era presidente della Superpila di Firenze e della francese Leclanché, nonché consulente della svizzera Union des fabricants de tabac).

Sorvegliato era pure il figlio del L., Francesco, ispettore d'igiene presso il Governatorato di Roma, che nel 1929 era stato confinato per cinque mesi a Lipari, perché sospettato di fare da intermediario tra il padre e gli antifascisti italiani. A quell'epoca il L. si era già rifugiato con la moglie e una figlia in Francia, avendo lasciato l'Italia nel 1927 per trascorrere qualche mese in Polonia, dove aveva tenuto una conferenza su Italia e Polonia nella sede di Varsavia dell'Associazione Dante Alighieri (Velletri 1927).

A Parigi, pur nelle difficoltà della vita d'esilio, il L., politicamente vicino ai repubblicani (prese la tessera del partito nel 1929, ma si dimise il 30 settembre 1932), si diede molto da fare per rimettere in piedi la struttura organizzativa massonica, forte dei pieni poteri conferitigli da Ferrari il 30 maggio 1929. Così, mentre riprendeva la sua attività di pubblicista e propagandista, intesa anche a dimostrare che la massoneria italiana non era uno strumento di quella francese, dalla quale - diceva - "non c'era nulla da sperare" (tra i suoi scritti sul tema: La verité sur le fascisme et la maçonnerie en Italie, Paris 1931; Il supremo consiglio dei 33 per l'Italia e sue colonie, Paris-Brooklyn 1932, e, in collaborazione con L. Lachat, L'ésotérisme à la scène: La flûte enchantée, Parsifal, Faust, Annecy 1935), fondava insieme con Eugenio Chiesa la loggia Italia nuova, inaugurata a Parigi il 28 maggio 1930 e subito impegnata in attività di coordinamento e di soccorso ai fuorusciti e ai massoni rimasti in Italia; felice fu anche l'esito della mediazione condotta dal L. nel 1932, su sollecitazione di Alberto Cianca e Carlo Rosselli, per raggiungere un accordo fra Giustizia e libertà e la Concentrazione antifascista.

In quasi quotidiano contatto con personaggi come i fratelli Rosselli, Cipriano Facchinetti, Francesco S. Nitti, in rapporto con Randolfo Pacciardi e altri esuli, al L. il regime intercettava puntualmente la posta personale, ed egli ne era forse consapevole; il L. era inoltre affidato alla sorveglianza di vari agenti, il più accorto dei quali, N. Casavola, ottenuta la sua confidenza, riferiva puntualmente alla polizia politica. Ed è appunto da queste informative che si apprende come tra il 1934 e il 1936 il clima tra gli esuli si guastasse e qualche attrito si verificasse tra il L. e Facchinetti o nei suoi rapporti con Giustizia e libertà. Tuttavia, tra i vari progetti e maneggi attribuitigli di volta in volta (traffici di armi con l'Italia, evasione dal confino del gran maestro Domizio Torrigiani), nessuno fu mai posto in essere; ben fermo nella sua opposizione al fascismo, il L. respinse a più riprese le sollecitazioni a tornare in Italia rivoltegli dal figlio.

Reso pessimista dal consolidamento del regime, il L. tornò agli studi storici: lo fece con brevi articoli per la Nuova Rivista storica (L'evoluzione di Montanelli dal federalismo all'unitarismo, ibid., XX [1936], pp. 363-368; Figure ed episodi del Risorgimento, ibid., XXII [1938], pp. 88-101 e 224-230), con un romanzo di ispirazione mazziniana, Isacco (Paris 1933), e con un volume di maggiore impegno, Henri Cernuschi, patriote - financier - philanthrope - apôtre du bimétallisme. Sa vie, sa doctrine, ses oeuvres (ibid. 1936), per la cui stesura si era servito del materiale che Chiesa aveva raccolto consultando anche le carte lasciate da Cernuschi nella sua villa di Mentone.

Poco prima di morire in una clinica di Parigi, il 1° giugno 1939, il L. fece in tempo a vedere il suo ultimo lavoro pubblicato in una versione italiana notevolmente ridotta, con il titolo Enrico Cernuschi. La vita, la dottrina, le opere (Genova 1939; recensione di D. Demarco in Civiltà moderna, XVIII [1940], pp. 208-211). Dopo la cremazione i suoi resti furono inumati nel cimitero del Père-Lachaise.

Fonti e Bibl.: Roma, Arch. storico del Grande Oriente d'Italia, Fondo Leti-Tedeschi; Arch. centrale dello Stato, Casellario politico centrale, b. 2775, f. L. G. (ma si veda ibid. anche Leti Francesco); Dir. gen. Pubblica Sicurezza, Polizia politica, Cat. 1, pacco 715, f. L. G., e fascicoli personali, b. 54, L. G.; un profilo del L. è quello scritto dal figlio F. Leti, A proposito di fuoruscitismo antifascista. G. L. mio padre, Città della Pieve 1951, dal quale si apprende che una parte delle carte paterne era stata consegnata alla Massoneria di palazzo Giustiniani. Cenni sul ruolo del L. in massoneria e nell'antifascismo in S. Fedele, Storia della Concentrazione antifascista 1927-1934, Milano 1976, ad ind.; A.A. Mola, Storia della massoneria italiana dalle origini ai nostri giorni, Milano 1992, ad ind.; Il progetto liberaldemocratico di Ettore Ferrari. Un percorso tra politica e arte, a cura di A.M. Isastia, Milano 1997, ad ind.; F. Conti, Storia della massoneria italiana dal Risorgimento al fascismo, Bologna 1997, ad ind.; F. Cordova, Massoneria in Calabria, Cosenza 1998, ad ind.; M. Franzinelli, I tentacoli dell'OVRA, Torino 1999, p. 62.

Giuseppe Monsagrati

http://www.treccani.it/enciclopedia/giuseppe-leti_(Dizionario_Biografico)/

 

Allegato: